La ciclica emergenza rifiuti a favore dei privati e delle ‘ndrine

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Negli ultimi anni, in Italia, diverse sono state le istanze portate avanti dal basso a difesa dei beni della collettività; come per esempio la battaglia combattuta contro la privatizzazione della gestione idrica. Eppure, nonostante la vittoria del referendum sulla forzata privatizzazione dei servizi locali, il governo Renzi è arrivato alla negazione di quella volontà popolare. Così oltre ai beni comuni, i servizi ad essi inerenti vengono spesso gestiti da società private che spesso ben poco vogliono spartire con gli interessi della collettività ed anzi spesso non hanno altri interessi che “monetizzare”. Tutto questo a scapito dei cittadini tutti che questo “servizio”, invece, lo pagano profumatamente (basta pensare, ad esempio, all’introduzione della TASI, la nuova imposta sui rifiuti il cui gettito sarà destinato al loro smaltimento).

Questo è ancora più inaccettabile se consideriamo, inoltre, che gran parte del rifiuto solido urbano è dovuto ad una progettazione della produzione che non tiene assolutamente in conto il peso sociale dello smaltimento e dei costi sociali dell’inquinamento.

Uno tra gli esempi più eclatanti è ciò che accade per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. Attraverso appalti e sub-appalti per la raccolta e lo smistamento di rifiuti urbani e speciali, molte aziende hanno trovato un terreno fertile per incrementare il proprio business. Utili conseguiti sperperando immani somme di denaro pubblico e a puro danno dell’ambiente circostante. Per questo la gestione privata assume sempre più di una de-responsabilizzazione degli enti che sulla carta dovrebbero gestire questi servizi essenziali e che invece hanno scelto di coltivare un’arretratezza, anche legislativa, della gestione del ciclo dei rifiuti a tutto vantaggio di grandi e piccoli speculatori.

Governi centrali e giunte regionali di centro-destra e centro-sinistra alternatesi nel corso di questi decenni hanno perseguito un unico obiettivo: hanno seguito la strada delle politiche neo-liberiste e favorito gli interessi dei grandi industriali e del malaffare, avallando e finanziando strategie dannose come l’incenerimento e le maxi- discariche. Politiche utili ad abbattere i costi sul lavoro o a dimezzare il valore economico per la riduzione delle emissioni atmosferiche o l’eliminazione degli scarti altrimenti dispersi dagli impianti industriali o dai centri urbani; calpestando la volontà popolare delle comunità locali e la loro stessa possibilità di decidere del territorio in cui vivono. Un esempio di come queste ultime abbiano assecondato le politiche delneo liberismo è dimostrato dallo strumento del “commissariamento emergenziale ambientale” , utilizzato da molte regioni per agire in deroga alla legislazione ordinaria e sulla testa delle comunità. Commissari capaci di farsi beffa, con la complicità dei governatori, delle norme poste a tutela dell’ambiente e dell’incolumità pubblica. Interessi dei soliti volti noti e delle aziende con loro colluse, colpevoli di mandare in tilt e in deficit finanziario un intero territorio senza mai pianificare un piano virtuoso di gestione del rifiuto.

Questa volontà politica è confermata del fatto che in alcune regioni un commissariamento emergenziale riesce a durare più di quindici anni e, alla sostituzione di dirigenti regionali con personalità intese supra partes, si è invece provveduto con nomine proclamate da giunte regionali o governatori; favorendo clientelismo, incarichi affidati “per amicizia”, appalti e subappalti vinti dalla speculazione e dal malaffare, così beneficiari di ingenti somme di denaro.

Come in Calabria, dove il commissariamento si è insediato nel 1997 per terminare solo nel 2013, senza però seminare alcun risultato concreto: solo quest’anno, in particolare nella provincia di Cosenza, l’emergenza rifiuti è scoppiata per ben due volte (e si sta ricreando per la terza) inondando le strade con sacchi di immondizia e dimostrando, ancora una volta, l’inettitudine e il vuoto mai colmato delle istituzioni.

Anni di una gestione rifiuti all’insegna dello spreco di fondi pubblici trasformati in profitti per i privati, in un inceneritore (Gioia Tauro) e in discariche sparse dalle coste all’entroterra calabresi.

Un’emergenza rifiuti in perenne stato di una proroga volta a favorire i giovamenti finanziari di chi concede i terreni per la realizzazione degli impianti di smaltimento, delle società per il servizio di nettezza urbana e di amministrazione delle discariche, delle multinazionali e dei mafiosi.Inceneritori e discariche proposti come alternativa ai rifiuti ciclicamente protagonisti della Trash invasion calabrese creata ad hoc di tanto in tanto per legittimare disposizioni criminose, legate ai saldi interessi lobbistici delle ‘Ndrine, che in questo periodo stanno creando il loro impero di profitti sullo smaltimento dei rifiuti.

Sulla stessa strada percorsa all’insegna della speculazione e della collusione con la ‘Ndrangheta, definita “politico- mafiosa” dallacommissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, ha continuato a muoversi l’Assessore all’Ambiente Francesco Pugliano (già sub- commissario precedentemente) e, di conseguenza, la giunta guidata da Scopelliti; ora sostituito dalla vice presidente Antonella Stasi, subentrata dopo le dimissioni presentate da quest’ultimo a seguito della condanna per abuso d’ufficio e falso in bilancio ai tempi in cui fu sindaco del comune di Reggio Calabria.

Pugliano ha pertanto proseguito senza abbandonare la “via vecchia” per un percorso nuovo. Peccato che la sua scelta non sia stata dettata dalla saggezza popolare in quanto, sicuramente, non gli avrebbe consigliato di presentare progetti su mega discariche come quella di Castrolibero, ancora irrealizzata.

Un disegno di legge per esportare i rifiuti all’Estero, senza tenere conto di quanto aumenterebbero i costi dei tributi per amministrazioni locali e cittadini. Ampliamento dei siti di smaltimento e costruzione di altri punti in cui depositare i rifiuti, discariche private, impianti di TMB (trattamento meccanico biologico), atti a triturare i rifiuti lasciando comunque scarti.

Le deroghe sono state concesse dalla Regione per continuare ad usare depositi di spazzatura già saturi; come è accaduto durante la penultima emergenza rifiuti con Sambatello (chiusa poco prima dell’estate) e Pianopoli, la più grande discarica del territorio calabrese ancora in funzione nonostante la soglia limite di abbarco sia stata abbondantemente superata (proprio in deroga all’art. 191 del d. lgs. 152/2006).

Lo stesso assessore Pugliano, abile volpe nel condurre questa sorta di“campagna mediatica pro- emergenza”, non trovando più il modo per giustificare l’inabilità politica nella risoluzione del problema “spazzatura” ha cominciato a scaricare la colpa di una politica fallimentare sui comuni insolventi, ad alcuni dei quali ha già comminato sanzioni altissime perché morosi (921.639,00 euro solo a Diamante). E all’aggravio economico sulle tasche dei calabresi non ha pensato? A quanto stia ledendo anche alle amministrazioni virtuose in questo campo, meno che mai.

Questo illogico meccanismo secondo cui, già a partire da gennaio 2015, è previsto un aumento della tariffa da 96 euro a 176 euro per ogni tonnellata di rifiuti da smaltire per ogni comune viene sorretto anche da mezzucci subdoli: “l’aumento occupazionale o la perdita del posto di lavoro se uno dei punti di smaltimento dei rifiuti fosse chiuso” è uno dei perni sui quali i blateramenti della politica calabrese si reggono e legiferano a favore di obsoleti rimedi per la gestione dei rifiuti. Il tutto ruota in un’ottica cieca al riuso e al riciclo, alla Raccolta Differenziata, unica reale chiave di volta per il sistema rifiuti calabrese e motivo di crescita occupazionale.

Invece no. A quanto pare, come già era prevedibile, la presa della poltrona da parte dei “nuovi volti” dell’attuale giunta regionale non ha affatto deciso di cambiare verso. Meglio proseguire sulla via vecchia che cambiare. Il neo presidente Oliverio infatti, che in campagna elettorale, con grande spirito rivoluzionario, tra i rimedi al problema spazzatura citava addirittura la strategia Rifiuti zero, a nemmeno trenta giorni dalla sua vittoria ha scelto di adottare la “strategia Scopelliti”: proroga degli impianti di smaltimento già saturi, soldi ai privati, ecc.. La politica calabrese, come al solito, è capace di rinviare a data da destinare la questione rifiuti per la sua incapacità a svincolarsi dalle logiche mafiose e lucrose; preferendo condannare l’intera popolazione a condizioni di vita precarie.

La situazione regionale, però, tra deroghe e mancanze riguardo al rispetto di norme e regolamenti è lo specchio di una condizione nazionale che di certo non gode di uno status migliore

Un’Italia, infatti, che, in barba ai proclami di adesione alla “grande Europa” è distante persino da quelle linee guida indicate dall’Unione Europea e recepite a fatica solo negli ultimi dieci anni. Un Paese, il nostro, in perenne ritardo rispetto a “quello che vuole l’Europa” se si tratta di norme a tutela dei territori: non a caso, infatti, numerose sono le sanzioni applicate per il mancato rispetto di alcuni obblighi in materia ambientale.Per contro sulle tasse per la gestione complessiva del ciclo dei rifiuti ricade il peso di tutte le speculazioni.

Il fronte istituzionale,infatti, è pieno nel migliore dei casi di disegni di legge e norme approvate senza rispettare i principi costituzionali, ormai resi semplici “articoletti” e sfoggiati al massimo come spot elettorale per raccattare voti. Oppure proposte di legge approvate in breve tempo e convertite in testi legislativi che sotto l’apparenza della garanzia dell’ambiente e dei territori, celano l’ennesima speculazione. Articoli e commi che tengono conto solo formalmente delle indicazioni provenienti dall’Europa, ma in realtà capovolti nella pratica dalla competenza regionale e in grado di aggirare i veti e i doveri per continuare a permettere profitti illeciti per i soliti noti. Basta pensare che il 47% dei reati ambientali si consumano tra Campania, Puglia, Sicilia, Calabria e fruttano all’ecomafia 16,7 miliardi di euro l’anno. All’aumento dei profitti della malapolitica e della malavita diminuiscono salute e risparmi della popolazione, costretta a pagare un prezzo troppo alto per il lucro di pochi scellerati.

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