L’horror show sui femminicidi e sulla violenza di genere

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Il 2016 è iniziato da nemmeno due mesi, eppure queste settimane sono state tinte dal sangue dei femminicidi e dalla brutalità sprigionata nei violenti atti rivolti contro le donne.
Il fenomeno della violenza di genere pare non arrestarsi nel nostro Paese. Nel 2015 le donne uccise per mano del proprio compagno, marito, ex partner sono state 152. 6 milioni e 788 mila donne, durante il corso della propria vita, hanno subito qualche forma di violenza. Senza contare i soprusi consumati nel silenzio.
Questo nuovo anno si è già aperto compilando una lunga lista di donne assassinate. A fine gennaio, in soli tre giorni, la cronaca nera ha registrato due efferati assassini  e un tentato femicidio. La settimana centrale di febbraio ha portato altri due terribili delitti consumati proprio su tre donne.
Quando si parla di violenza di genere, i tragici episodi vengono molte volte banalizzati e trattati secondo una visione affatto equa e paritaria tra la donna e l’uomo.
Ho abolito la tv da anni (evviva lo streaming, che ci salva da una marea di talk show e pubblicità urticanti) ma nella noia totale di queste giornate, mi sono ritrovata davanti a quell’aggeggio diabolico facendo “zapping”. Capito su una rete nazionale in cui   opinionisti improvvisamente diventati esperti nel campo della giurisprudenza, della criminologia e della psicologia addirittura indossano le vesti di giudici e grandi conoscitori delle menti assassine e dei legami intercorrenti nelle relazioni affettive. Nonostante io immaginassi il target del dibattito, ho lasciato che il masochismo prendesse il sopravvento su di me. E così, amen. Ho retto quella trasmissione per 15 minuti, poi il buon senso e l’allergia al teatro dei moralisti mi ha obbligata a spegnere la televisione.
Parlavano delle ultime tre donne ammazzate. Una cronistoria arricchita da particolari non richiesti, frutto di inquisizioni personali mosse da una cultura a mostrare vittime e mostri, sante e puttane, donne deboli e infantili perse nel sogno di quel principe azzurro che poi prende le sembianze del loro boia.

Non ci siamo resi di quanto abbiano manipolato le nostre idee perchè siamo stati inghiottiti nel vortice sprigionato da fiumi di parole e ragionamenti vuoti, comodi a deviare l’attenzione dal focus della questione: la violenza di genere, le sue radici e i suoi risvolti.
Nel frattempo i politici fanno a gara a chi cita l’esatto articolo del codice penale e tira la freccetta per centrare il prossimo pacchetto sicurezza; autoritario e volto a tutelare le donne secondo logiche patriarcali. Donne trattate come bambine piagnucolose e impaurite, da dover prendere per mano e guidare passo dopo passo. Mi riferisco all’ultima genialata del governo, ossia il percorso rosa. Una procedura da attivare presso i pronto soccorso, trattando però la violenza di genere viene trattata secondo in chiave individualistica e securitaria, impedendo alle dirette interessate di scegliere come agire, mentre vengono costrette a denunciare dopo essere state intrappolate in un altro labirinto senza uscita.

La denuncia è importante, certamente, ma oltre ad appartenere all’ultimo step della propria presa di coscienza rispetto a una “relazione pericolosa”, non è sufficiente e rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio. La maggior parte dei femminicidi si consuma proprio nei sei mesi intercorrenti tra la denuncia e il processo. Gli strumenti atti a contrastare il fenomeno della violenza di genere, uniti ai tagli imposti ai centri anti violenza e alle case di accoglienza, di certo non aiutano le donne a uscire dalla propria gabbia. Nemmeno il linguaggio giornalistico e le modalità di argomentazione aiutano. Prendiamo gli ultimi due casi, per esempio.

La professoressa uccisa dall’ex alunno 22enne dopo esserne stata innamorata e imbrogliata viene descritta come una persona poco attraente e ingenua (nell’accezione di stupida che a 49 anni ancora sognava l’amore). Sintetizzando: una sfigata. Perdendosi in sproloqui no sense sulla differenza di età in una coppia (fosse questo il problema), alla fine si è giunti a sottolineare come, senza figli e sola, si fosse è attaccata al giovane. Brevemente: doveva essere matura, invece si è lasciata abbindolare da un “ragazzino” capace di spillarle 187 mila euro insieme a un altro complice. “Li pressava”, “non doveva perdere la testa per un ragazzo così giovane”. Se l’è cercata, insomma.
L’altra donna uccisa a Padova dall’ex fidanzato con cui era uscita per mangiare una pizza è stata al centro di un triangolo che vede protagoniste anche altre due donne: la sorella dell’assassino e l’amica/ amante dello stesso. Come se stessimo ascoltando un racconto dai contorni splatter, i “giornalisti” si accingono a puntualizzare i macabri dettagli degli efferati delitti. Da circa due giorni, sciacalli talk show riprendono minuto per minuto le operazioni sul recupero del corpo di Isabella. Basta battere la notizia, avere il colpo di scena; incuranti e affatto sensibili alla privacy della persona morta e al dolore di familiari e amici. Non ce ne siamo accorti ma ci hanno abituati così tanto all’orrore da esserne alla continua ricerca.
Quando si parla di violenza contro le donne, intesa e non nelle sue mille sfaccettature, se ne discute male. Lo spazio occupato dal moralismo e da una linea di pensiero volta a colpevolizzare la figura femminile crea grossi danni. Se vogliamo rinnovare la cultura e imprimere un cambiamento tangibile alla nostra cultura, allora occorrerà ripartire dall’educazione scolastica e da un nuovo modo di dialogare, dai mass media ai luoghi informali.  Avremo cresciuto future donne lontane dagli stereotipi di genere, persone con più stima di se stesse; uomini meno remissivi alla tenerezza. Dire no alla violenza contro le donne, significa anche non illustrare le donne come vittime incapaci e zeppe di lividi, ma mostrare quanto una donna può rialzarsi ed essere più forte, riprendendo  in mano la loro vita.
Quando si narra una storia di violenza o si ascolta anche il racconto di persone a noi vicine, bisognerebbe avere maggiore sensibilità e non puntare l’indice contro nessuno. Occorrerebbe tacere, magari sostituendo la mancanza di  parole con un abbraccio. Ma mai, mai giudicare. Avremmo bisogno di un corso per trasmettere o insegnare l’empatia. Purtroppo, però, il “sentire dentro” non può essere imparato.

Attraversare certi inferni e uscirne con qualche ammaccatura, può essere un’esperienza da trasformare in un qualcosa di positivo, in aiuto verso altre donne oltre che per se stesse.
E si può fare pace anche con il proprio io e sotterrare per sempre i sensi di colpa.
Ricominciare è possibile. Lottare in nome di chi non ha fatto in tempo a spezzare le catene della violenza maschile è un dovere di tutte e tutti noi. Sì, pure degli uomini.

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