Se la Calabria è una terra difficile, non tutto è perduto..

 

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Vivere in Calabria è difficile. Chi resta qui, che sia per scelta o per necessità, è consapevole delle grosse difficoltà da affrontare ogni giorno.
Cristo si è fermato a Eboli. Noi siamo la terra di nessuno.
Le tratte ferroviarie sono state dimezzate; così come le per le piccole stazioni è stata decretata la chiusura. Prendere un treno per raggiungere Cosenza o Reggio Calabria durante i giorni festivi è praticamente un colpo di fortuna: magari si riesce ad arrivare, ma il ritorno slitta al giorno successivo. La maggior parte dei collegamenti  tra una provincia e l’altra si effettuano percorrendo le strade statali. Ogni tanto, tra un cantiere fermo dopo la caduta del pilone di un ponte e la morte dell’ultimo operaio, magari assicurato a forfait, qualcuno dei “grandi capi” si ricorda che il territorio calabrese non è interamente coperto dalla rete autostradale. Così capita che Renzi venga di nascosto a visitare un nodo della Salerno Reggio Calabria, in avanzamento da circa 30 anni, e dopo essersi saziato a un buffet costato 120 mila euro (soldi nostri), se ne torni a Roma promettendo che il completamento dell’autostrada avverrà entro la fine dell’anno. È nella Calabria dei lavoratori in mobilità senza indennità da mesi, dei disoccupati, dei lavoratori stagionali che a breve riprenderanno a lavorare in nero o fintamente retribuiti tramite i voucher che diventa difficile sperare in un futuro migliore. È una Calabria inquinata, corrotta, avvelenata, dove spesso le giunte regionali sono composte da membri collusi con le ‘ndrine e privati assetati di soldi e potere, incuranti degli scempi ambientali provocati dalla cementificazione selvaggia e dagli smaltimenti illeciti delle sostanze tossiche. Una Calabria senza istituzioni, dove chiudono pure i tribunali e la ‘Ndrangheta si radicalizza sempre di più mentre i diritti, come un lavoro o un’autorizzazione amministrativa, diventano un “favore” da ottenere mediante intercessione del signorotto di turno.
È nella Calabria in cui si contano 80. 000 casi di tumore, specie alla mammella e al colon, che si vede crollare il proprio mondo di affetti e  felicità. La sanità pubblica calabrese non esiste più, ormai. Gli ospedali di confine, come quello di Praia, sono stati chiusi e i malati, insieme alle loro famiglie, nonostante abbiano gravi problemi economici, sono costretti a emigrare altrove per potersi curare. Quando proprio c’è bisogno, però: perchè un calabrese su dieci ha deciso di rinunciare alle cure mediche. O mangi, o ti curi.
È la Calabria priva di politiche sociali. Non c’è assistenza per nessuno. Disabili, donne, bambini e anziani non ottengono i servizi di cui invece avrebbero bisogno. Pochi centri anti- violenza e qualche casa rifugio per donne vittime di violenza; qualche centro per i diversamente abili… sparute isole felici, molte volte ostacolate dalla burocrazia e da qualche soggetto facilmente irritabile.
È in corso una grave violazione dello Stato sociale, nella nostra regione. Stanno calpestando fondamentali diritti umani, come la salute e la possibilità di vivere una vita dignitosa.
Se tutto sembra ormai perduto, è forse questo il tempo di sperimentare nuove alternative che provengano dal basso: da noi. È il momento di uscire da questo status di passività, iniziando a ragionare e a collaborare. Il lavoro, la salute, l’ambiente riguardano tutti noi. Non si tratta di un affare privato, dell’interesse di un singolo. Ciò che perdi tu, l’ho perso o lo perderò anch’io se continuiamo ad affidarci a chi promette la luna nel pozzo in campagna elettorale. Ricominciamo dall’agricoltura, dalle bellezze paesaggistiche e da un turismo sostenibile.

Quando si tocca il fondo e tutto diventa cenere, non è forse il tempo di risalire dall’abisso?

 

 

 

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