Sara. Riflessione dopo l’ennesimo feminicidio

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È successo di nuovo. Un altro omicidio volontario, scrivono i giornali senza indicare un preciso reato: il femminicidio.
Domenica notte è toccato a Sara, 22 anni, uccisa dall’ex fidanzato nel quartiere Magliana di Roma. Prima l’ha rincorsa, forse strangolata,e le ha dato fuoco  quando era ancora viva. Poi, lui  è tornato a lavorare come se niente fosse. Come se uccidere la tua ex fidanzata rientrasse nella chiusura di un ciclo da concludere in questa macabra maniera.
Questa è una storia che fa male tanto quanto gli altri femmicidi: eppure, però, è contornata da un elemento ancora più drammatico.   A uccidere Sara, in una notte di fine maggio, è stata anche  l’indifferenza di tutti gli automobilisti e di chi ha sentito le urla o visto questa ragazza disperata rincorsa da Vincenzo, il suo ex partner. Sara gridava, chiedeva aiuto. Non si è fermato nessuno. Nessuno ha pensato di chiamare le forze dell’ordine. Sara è stata ammazzata ma si poteva salvare, dirà la magistrata dopo la confessione del reo.
Giornali e talk show ospitano i professionisti dell’horror show dei femicidi, dove conta minuziosamente la descrizione delle atrocità commesse.
Stanno continuando a perseguire Sara con i titoli “acchiappa notizia”, le teorie da tuttologi e psicologi mancati, immersi in bizzarre teorie e analisi di una vita ricostruita attraverso qualche immagine strappata da un profilo facebook.
Inveiscono su Sara. Che sia per uno stupro o per un femicidio, la colpa è sempre della donna. Ho letto commenti raccapriccianti, articoli vergognosi che quasi giustificano il gesto dell’omuncolo in questione.
“Doveva denunciare ma non lo ha fatto”. La maggior parte dei femminicidi si consuma  nei sei mesi intercorrenti tra la denuncia e l’inizio del processo. La rabbia dell’uomo aumenta e tu sei sola. Ad aiutarti ci sono solo i centri anti violenza, che senza fondi e spesso in difficoltà, fanno ciò che possono. A volte gli amici, la famiglia: ma i rapporti violenti devono essere affrontati in un certo modo altrimenti. Tutto questo non basta: il fai da te non va bene per qualunque cosa.  Le leggi securitarie e paternalistiche sono inefficienti , mentre non manca un circuito di tutela quando decidi di querelare e cerchi di ricomporre la tua vita. I commenti e gli articoli di questi giorni sono raccapriccianti.
“Lo aveva lasciato da una settimana dopo due anni di relazione e vedeva già un altro”. In maniera velata i media ci raccontano quanto in fondo la ragazza se la sia un po’ cercata, tendendo ad avallare l’accecante rabbia dell’ex. Sei donna. Non puoi fare quello che ti pare. Secondo i benpensanti, sebbene tu abbia vissuto un inferno, non puoi trovare qualche momento di spensieratezza se “prima non passa un po’ di tempo”. Quale sarebbe questa scadenza da rispettare? Elaborare un lutto? La vera morte è vivere una condizione violenta. Sanno sempre tutto,  gli opinionisti da Uomini e Donne.  Questi personaggi conoscono sempre la strategia da attuare: peccato che la realtà dia un bel po’diversa dalle teorie, però.
Chi ha colpevolizzato Sara non ha provato a vestire nemmeno per un attimo i panni di una donna intrappolata in una stanza senza porte ne finestre, mascherata  con la parola “amore”. Chi ha accusato Sara di non essere stata attenta (a che? A vivere?) non ha pensato ai suoi sentimenti, alla sua tristezza, all’ansia avvertita quando avrebbe voluto spezzare le catene e scappare via da quella prigione o alla paura provata per aver “fatto qualcosa che secondo lui proprio non andava”. Mai una volta che si esaltino la forza e il coraggio di una donna decisa a mettere un punto e a ripartire da se stessa. Se non siamo vittime e colpevoli allo stesso tempo, allora non si può spendere una parola a nostro favore.Se vivi un rapporto violento, ammettere a te stessa che qualcosa non va è difficile. Se hai un partner violento, fisicamente e psicologicamente,  la forza per abbandonare quella vita va trovata dopo aver scavato tanto in te. Questo tipo di relazioni ti distruggono, logorandoti giorno dopo giorno. Significa vivere in una gabbia dorata, spesso isolata dal resto del mondo e distante dalla tua serenità.
“Lui era geloso”. Lui era ossessionato, insicuro, possessivo. Definiamo gli atteggiamenti con il proprio nome. Lui vedeva in  Sara un oggetto: perso il suo “diritto di proprietà”e non potendola più ottenere, ha deciso di distruggerla. Questo non è amore. Smettiamola di definire l’amore come  un sentimento costruito su passioni e litigi melodrammatici, basato sulla gelosia e su pronomi possessivi come “mio/ mia”. Le persone presenti al nostro fianco per un periodo breve, lungo, lunghissimo, devono mantenere la propria libertà. Amare una persona vuol dire accettarla per quello che fa e per il suo modo di essere: non è un burattino da manipolare e cambiare a nostro piacimento. Sia da parte delle donne che egli uomini, concedere i propri spazi a chi ci sta a fianco pare sia qualcosa di impossibile. Invece dovrebbe essere naturale non tenere al guinzaglio un altro essere umano.

La violenza di genere è una piaga socio- culturale partorita da una società capace di relegarci in ruoli da cui disfarsi richiede una gran fatica. Gli stereotipi ci sono stati inculcati fin da piccoli e nessun sesso ne è stato escluso. Da bambine ci raccontavano la storia della Bella Addormentata nel bosco, Cenerentola, Raperonzolo. Favole tormentate, dove la principessa attendeva il principe o l’avventuriero pronto a salvarla dopo mille peripezie. E lei lì, rinchiusa in una grotta dal pretendente rifiutato o schiavizzata dall’invidia di una matrigna. ma sempre passiva. Poi siamo cresciute, la maggior parte tra bambolotti da cullare e film d’amore sdolcinati dove la donna veniva raffigurata come la perfetta donna di casa, mamma apprensiva e moglie fedele capace di perdonare le “scappatelle” del marito. Oppure la protagonista era un trofeo da conquistare, una ” preda” contesa, o peggio ancora una “puttana” che andava a letto con più ragazzi e quindi indegna rispetto alla “brava ragazza”. Poi c’è stata la vita reale, l’educazione scolastica e famigliare (a parte il catechismo, almeno in famiglia mi è andata benone per fortuna!) “E siediti composta. Sembri un uomo. Sei acida. Sei allegra, socievole, simpatica allora sei una zoccola. Pensi troppo. Parli tanto. Troppe polemiche, gli uomini si scocciano perchè preferiscono le ragazze che fanno poche domande e tacciono anche se capiscono tutto (questo sarà per me sempre un grande mistero. E vabbè). E che due ovaie! Manco agli uomini è andata meglio: in molti sono cresciuti dovendo seguire le orme del valoroso maschione italico, “dell’uomo duro e puro, quello che non deve chiedere mai”. Quanta sofferenza è stata generata dalle stronzate con cui ci hanno fritto il cervello fin dall’epoca di Mazinga Z e Heidi.
Oggi viviamo in un contesto frammentato, in viaggio su due treni a velocità diverse. Da una parte c’è chi vuole una società priva di pregiudizi, equa coi generi e in lotta per introdurre il “pericolosissimo gender” nelle scuole affinchè bambini e bambine imparino a rispettarsi fin da piccoli . Dall’altra, invece, ci troviamo in un’altra epoca che, sebbene sia iper- tecnologica, per molti versi è rimasta ancorata al passato. Un paio di anni fa, durante la giornata dell’8 marzo, insieme a un altro paio di ragazze, andai a parlare di violenza sulle donne in una scuola superiore. Non ci passavamo nemmeno dieci anni, eppure ricordo la difficoltà nella comunicazione. La nostra società ha sbagliato. La fantasiosa politica non è mai realmente intervenuta a sostegno di chi subisce violenza, e nulla opera per contrastare la violenza di genere.
Ha sbagliato, a più livelli, un intero sistema che ci ha allevate insicure e zeppe di sensi di colpa per “uscire fuori dalle righe”. La violenza di genere non ha etnie, fede politica, colore, classe sociale. Succede basta, e la colpa non è mai di chi la subisce. Mai. Ha fallito tutto il tessuto sociale mentre imponeva (lo fa ancora) ai maschietti di non piangere e di non essere come le femminucce. Che poi, cosa significa? Perchè sopprimere la natura di una persona e plasmarla secondo un prototipo?
Con la morte di Sara abbiamo perso di nuovo. e ha perso anche l’umanità che dovrebbe risiedere in ognuno di noi, ormai avvinghiata nei luoghi comuni e nell’egoismo talmente tanto prese te da negare un aiuto.
Quante volte ancora si  girerà la faccia dall’altra parte mentre una donna verrà strattonata per strada? Quante colte ancora si alzerà il volume della tv, si tapperanno le orecchie mentre nell’appartamento accanto si consumano violenze domestiche? Quante Sara dovremo piangere ancora? Io sono stanca.  Stanca di leggere accuse infondate, donne ammazzate. Sono stanca di non fare abbastanza per incidere su una cultura profondamente machista e patriarcale, probabilmente.

Scusaci Sara per non aver fatto abbastanza in questo tempo.
L’ennesima vita volata via, mentre avverto rabbia e amarezza perchè siamo tutte Sara.
Che la terra ti sia lieve.

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